Sempre più si sta venendo meno alla convenzione di Schengen, firmata il 19 giugno 1990 inizialmente da Benelux, Francia e Germania Ovest e successivamente dal 1990 fino al 1996, da Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia.

Il trattato prevedeva il cosiddetto spazio di Schengen ovvero una zona libera di circolazione, dove i controlli di frontiera vengono aboliti per tutti i viaggiatori e i trasporti. Attualmente, oltre i paesi elencati precedentemente, usufruiscono della convenzione paesi come l’Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera. Il trattato permette a tutti i cittadini appartenenti all’Unione Europe e terzi di viaggiare all’interno di questa zona senza essere fermati e sottoposti a controlli di frontiera, al contrario, tutti i cittadini dei paesi che non sono all’interno di questa convenzione, devono essere fermati e controllati rigorosamente, anche se, da trattato, questo compito spetta esclusivamente ai paesi confinanti, in modo da poter permettere un libero e fluido trasferimento dei viaggiatori e dei mezzi di trasporto di merci.

Questa definizione però, non può essere correttamente applicata ai giorni nostri, in quanto, come già esplicato precedentemente, l’afflusso sempre maggiore di migranti unito ai timori legati al terrorismo, stanno facendo nascere nuove frontiere interne all’Unione Europea, causando danni ai trasporti merci come i TIR, ai viaggiatori e i lavoratori transfrontalieri.

Secondo una ricerca, considerando tutti i trasporti che avvengono all’interno dello spazio di Schengen, il costo di queste frontiere, che causano rallentamenti nei trasporti, ammonterebbe ad un costo supplementare di 3 miliardi e 600 milioni. Questo dato è stato calcolato in base alla considerazione del fatto, che ogni TIR o trasporto merci, impiegherebbe una media di 1 ora in più rispetto al normale tempo di viaggio, causato dalle code alle frontiere, considerando il costo medio che un’azienda paga per il trasporto di merci, pari a 60 euro l’ora, implica un aumento esponenziale dei costi di trasporto. Le aziende maggiormente colpite, ovviamente, sono le imprese che esportano molti prodotti via terra: prendendo in considerazione le aziende Italiane, secondo le stime riportate dall’Ispi, l’Italia esporta più del 55% dei prodotti per un totale di 208 miliardi, valori comparabili ed estremamente vicini a quelli della Francia, Spagna e Germania. Il costo diretto che le aziende affronterebbero per i rallentamenti, varierebbe da 5 e 18 miliardi di euro, causando gravissime perdite non solo per i tempi di produzione, ma anche a livello economico e di competitività con le altre aziende appartenenti all’Unione Europea e mondiali.

Vanno anche considerati i danni ai viaggiatori e ai lavoratori transfrontalieri, che secondo le stime di France Strategie, le perdite causate da queste frontiere in caso fosse rescisso il trattato di Schengen, ammonterebbero ad un calo totale del 50% del turismo e del 38% del lavoro transfrontaliero.

In tutto questo poi non viene calcolato il costo e le possibili ripercussioni sugli investimenti e i flussi finanziari.

Un’altra ricerca legata alla problematica delle frontiere, considera i costi per i controlli di sicurezza territoriali e della guardia costiera. Secondo la convenzione di Schengen tra i paesi membri vi deve essere una cooperazione poliziesca, che avviene anche mediante l’utilizzo di sistemi informatici come il SIS II che permette di effettuare segnalazioni di persone che commettono reati, con la possibilità di essere consultati da tutte le autorità dei vari paesi. Vi sono però in progetto altri sistemi che avranno il compito di assicurare una maggiore sicurezza dei paesi, che però come svantaggi, posseggono un elevato costo di realizzazione e un possibile rallentamento ancor maggiore che andrà a pesare sui trasporti merci e sui viaggiatori. Per quanto riguarda la guardia costiera, si prevede un aumento di costo di 2,76 miliardi di euro oltre ai 276 milioni di euro che annualmente costa per i relativi controlli.

Per concludere è importante sottolineare che attualmente non c’è stata nessuna recisione da parte dei paesi membri per quanto riguarda il trattato di Schengen, anche se a primo acchito può sembrare che alcuni paesi, come la Germania, abbiano abbandonato la convenzione, rimettendo le frontiere lungo tutti confini. Questo però non è del tutto vero, in quanto lo stesso trattato prevede il rintegro delle frontiere in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico e la sicurezza interna o di gravi lacune da parte dei controlli che dovrebbero essere operati dai paesi che fanno da confine con quelli esterni. Questo naturalmente non toglie il gravissimo danno economico che le aziende di tutta Europa stanno attualmente già accusando.